Utilizzo delle capre nelle pratiche agroforestali.

Allevare capre cashmere e pulire i terreni abbandonati.

La scelta di inglobare pratiche agroforestali nelle aziende agricole è abbastanza moderna seppure pare essere in riscoperta anche nel nostro paese.

La più moderna e “di moda” tra le pratiche analizzate è la agroselvicultura in Sud America.

In generale la segmentazione produttiva di un’azienda che abbraccia queste tecniche prevede di coltivare da un lato le piante scelte e dall’altro di utilizzare la parte sottostante per una coltura differente (si pensi alle numerose tipologie di pianti micalizzate diffuse) o per un allevamento di animali che si adattano al sottobosco. Le capre cashmere rappresentano indubbiamente uno di questi casi in cui tra le conifere utilizzate prevalentemente per il legno si è deciso di scegliere l’allevamento di questi animali rispetto ad altre pratiche agricole ad alto impiego di capitale umano.

L’Australia, con le conifere presenti nella zona del Central Highland, nella regione Victoria è stata tra i primi siti divenuti poi fortunatamente produttivi per l’allevamento delle capre cashmere.

La stessa zona si caratterizza per inverni rigidi e record di anche 100cm di piogge l’anno, rappresentando entrabi i fattori due valori estremamente positivi per la coltura del pino.

Inoltre pini e capre cashmere hanno rappresentato nella zona un forte incentivo l’un l’altro essendo due aspetti complementari della gestione del territorio e delle aziende agricole. Mentre i pini hanno rappresentato una copertura indispensabile per le capre cashmere che soffrirebbero altrimenti così tanta pioggia, altresì le potature e lo sfoltimento degli stessi è risultato essere un importante integrativo alimentare per gli animali. Le capre tendendo a mangiare anche gli aghi dei pini hanno favorito in realtà la prosecuzione della crescita forestale diminuendo la lettiera sedimentata nel sottobosco, ingerendo un quantitativo di aghi di pino estremamente superiore a quello sperimentato con bovini o pecore merinos. Inotlre le capre mangiando anche le boscaglia hanno ridotto sensibilmente il rischio incendio e alterato la competitività tra boscaglia e piante per il suolo sottostante.

Il principale vantaggio emerso nelle zone di esperienza è stato una riduzione dei costi di gestione del sottobosco da un lato ed un aumento degli introiti legati alla vendita del cashmere.

pulizia terreni capre cashmere

Nelle pratiche forestali tradizionali i pini venivano piantati ravvicinati così che la competizione li porti a crescere alti seguendo la direzione della luce fin dalle fasi iniziali di cresita. Durante la crescita ovviamente i rami più bassi tendono a morire poiché oscurati dalle parti sovrastanti. Oltretutto questa tecnica tende a fare crescere nodi nella parte di questi rami connessa al fusto degradando la qualità del legname successivo, infatti per la lavorazione si preferisco legnami privi di nodi o quantomeno aventi nodi più piccoli.

Durante la crescita ovviamente le piante più piccole, più deboli muoiono perdendo la competizione per i nutrienti e per la luce. La morte di queste piante sovente avviene per siccità, malattie o infestazioni di insetti. Con la crescita gli alberi in eccesso vengono sradicati dalle foreste e questa operazione ha spesso un costo maggiore della vendita del legname degli alberi rimossi essendo nella fase iniziale alberi giovani, il guadagno aumenta invece con lo sradicamento e vendita degli alberi successivi.

Pratiche di “Agroforesty

Utilizzando le più recenti pratiche di agroforestry invece gli alberi sono piantati secondo schemi molto più larghi di quelli tradizionali. In questo modo non vi sono alberi in eccesso fin dall’inizio e la rimozione colpirà solo gli eventuali alberi malati.

La scarsa competizione inoltre fa si che il minore quantitativo di alberi per ettaro possa permettere a tutti di crescere quasi alla stessa velocità, favorendo inoltre un accrescimento che permetterà lo sfruttamento delle piante nellos tesso periodo. La parte invece negativa della scelta è che la scarsa competitività tra gli alberi così distanti tende a fare crescere la parte più in basso delle piante che continua a crescere poiché le piante non hanno competizione nello spazio orizzontale la crescita è solo parzialmente verso l’alto ed in parte orizzontale. Il risultato è quindi avere pini più bassi con numerose fronde laterali e con nodi più grandi. La scelta condotta dagli agricoltori doveva essere temperata da riprodurre le migliori condizioni di stimolo alla crescita verso l’alto degli alberi, ottenuta perciò con il taglio dei rami più bassi con cui la pianta pensa di avere rami malati come nel primo caso gestionale.

Questa scelta ha il vantaggio di limitare le piante in eccesso all’inizio e ridurre sensibilmente i costi di gestione nelle fasi di accrescimento. Tuttavia gli unici costi addizionali che si ritrovano sono nella gestione del sottobosco, sempre più denso a fronte di maggiori spazi tra i pini in crescita, con una serie di rami che una volta tagliati devono anche essere asportati dal sottobsoco. Le condizioni di sottobosco creato sono inoltre favoreoli alla crescita delle razze, delle more, delle felci, dei cardi e di altre piante indesiderate. Le capre cashmere sono risultate, a detta degli agricoltori del luogo la specie più idonea a tramutare un iniziale svantaggio in un vantaggio produttivo. In particolare a fronte di esperimenti con ovini e bovini si comprende facilmente la differenza nella ricerca di erbacce legnose ma in particolare le capre cashmere (forse si immagina per la attitudine a selezionare le piante a fronte di un allevamento che non ha mai conosciuto la stanzialià sul territorio) sono risultate le migliori nella gestione che necessita che siano asportati o quantitativamente ridotti i piccoli ramoscelli e gli aghi nel sottobosco per ridurre il rischio incendio. In generale per permettere che in alcuni casi siano gli animali stessi a selezionare i rami più bassi ovviamente l’intero processo avviene in maniera controllata ed in generale le “squadre” di potatori-cashmere vengono introdotte in luoghi con alberi di circa tre anni.

Il comportamento degli animali introdotti pare seguire un rituale sempre uguale, inizialmente asportano gli aghi di pino dai rami più bassi e quelli appena posati sul terreno, poi le aprti di corteccia intaccate da altre erbacce per poi toccare il fusto solo in conclamata mancanza di altro di cui cibarsi. Il pastore segue l’opera di potatura attendendo che gli animali a partire dall’altezza media di un metro e 80 centimetri si abbassa fino al suolo,a quel punto la risalita prelude la fase in cui viene toccata la corteccia negli intagli provocati da altri agenti, a quel punto negli stessi giorni le capre vengono spostate in un’altra parte del bosco. Qualora invece il bosco sia di piante aventi oltre i 6 anni, quindi con una corteccia spessa a sufficienza che lo sradicamento delle piante su questa non ferisca la pianta gli animali possono essere lasciati liberamente nello stesso posto. Ovviamente la morbidezza di piante che non crescono regolarmente si riflette anche sulla corteccia.

In alcuni casi addirittura si è scelto di lasciare le capre stazionare a lungo sul medesimo spazio e in numeri superiori a quelli necessari per l’operazione affinchè provocassero la secchezza dei rami più bassi e delle piante più deboli così che la selezione fosse poi più semplice. Le minori cicatrici lasciate su alcune piante giovani si sono viste nel 90% dei casi ricoverate in poco tempo.

Questa tecnica qui rappresentata rapporta le ottime capacità nutrienti del sottobosco per le capre cashemre alla capacità di queste di tutelare il territorio e rendere più semplice l’attività umana. Nella parte iniziale della crescita delle piante i quantitativi di nutrienti presenti sono maggiori rispetto alle fasi successive anche se addirittura si potrebbe immaginare una raccolta di prodotti presenti nel sottobosco per fornirlo agli animali durante tutto l’anno. Gli aghi dei pini giovani risultano pieni di proteine mentre quelli dei pini adulti pieni di fibre e crusca. Questa esperienza ha sopperito nel periodo svolto all’integrazione con granaglie o fieno per gli animali stessi. Inoltre alcuni veterinari hanno sostenuto che gli aghi ingeriti tendono a ridurre ic asi di enterotoxemia. Gli aghi di pino stessi inoltre contengono tracce di elementi difficilemente presenti nei pascoli.

Rif.to

  1. Browne, Goats in Pinus Radiata Agroforesty, in Cashmere Goat Notes pp. 250-254